Avere o essere? : Esserci.

Avere.

Ricordo mia nonna e i suoi gesti: il risparmio,il riuso. Lei aveva l’uovo di legno con il quale riparava i calzini. Quando faceva le cotolette impanate,nello stesso olio,alla fine friggeva quel che restava dell’uovo invece di buttarlo via. Teneva a quel poco che aveva. Scatole piene di cianfrusaglie, santini, la madonnina con dentro l’acqua di Lourdes. Mi sguinzagliava nei giardini pubblici a prendere di nascosto qualche pezzetto di pianta grassa da mettere sul balcone. Di nascosto mi infilava le caramelle nelle tasche perché sarebbero stati guai se mia mamma lo avesse visto. Per lei che aveva vissuto la guerra, avere era davvero importante. Il telefono era nero,appeso al muro e le interurbane costavano care. Ogni anno,a Natale si montava l’albero,sempre lo stesso, che usciva luccicante dalla sua scatola di cartone consumata dagli anni, riposta nello sgabuzzino. Si faceva il presepe, sulla cassapanca del corridoio. Con le lucine che bisognava spegnere di notte,per risparmiare. Per i nostri nonni,che avevano perso tutto,avere era importante. Tenevano con cura le loro poche cose. Alle scarpe si sostituivano le suole. Far durare gli oggetti quotidiani era conveniente e avere aveva senso.

Essere.

Poi però la guerra è finita. Finite le code per il pane ed ecco l’Italia che cresce. A Milano più che mai. La televisione a colori,il condominio con l’ascensore,la scuola laica senza le bacchettate. La cultura, la libertà,il 68′. Avere,quando hai tutto non sembra più così importante. Mangiare carne fa male quando stai bene. Così diventa importante quello che sai e chi sei invece di cosa hai. Dove sei stato e soprattutto perché. Perché disegnare,perché suonare, perché scrivere correre, o fare a pugni. Cassius Clay diventa Muhammad Alì e finisce in prigione perché non vuole combattere i viet cong. Abebbe bi kila. Ricordo i sit in davanti alla scuola,le manifestazioni. I sanpietrini,le cariche della celere,Mario Capanna. Ricordo la paura delle BR, il 77′. Ricordo chi ero e dov’ero: sempre in giro,perché era più importante essere che esserci. Era importante viaggiare, in tutti i modi. Leggere, raccontare. La gente ascoltava mentre parlavi dei tuoi viaggi. Molti amici avevano genitori operai, altri erano ricchi ma sembravano tutti uguali a me. Fumavamo, giravamo in moto. Parlavamo di ideali e pensavamo di averne. Eravamo qualcuno. Se non sapevi o non eri stato in giro per il mondo non eri nessuno e quindi ci andavi. Volevi essere, non avere.

Esserci.

Ed ecco che il mondo cambia ancora. Ora è importante dove sei,cosa fai,con chi sei e chi è con te. Ma in realtà è soltanto lo sfondo. Nel nuovo racconto sei dentro alla storia ma solo per un istante. Il tempo di un selfie e via, da un’altra parte. Quello che conta è far vedere di esserci stato. Non conta più quello che hai perché tutti hanno tutto. Non conta più chi sei perché non importa a nessuno e spesso da pure fastidio sentir parlare qualcuno che sa o, peggio, che fa. Quello che conta è quanta gente ti guarda. Lo share prima di tutto. A me però sta bene stare nell’ombra. L’importante per me è fare. Quando fai qualcosa di utile,che ha davvero importanza per gli altri, allora ci sei, sei dentro la storia. Sei il protagonista del tuo film ideale, anche se magari qualche comparsa ti ruba la scena. Mentre ti butti a capofitto nella cosa giusta da fare, schivando i commenti di chi usa le critiche per non fare nulla, ti senti bene. Leggendo i giornali del giorno dopo, scopri che i riflettori non hanno illuminato te, che hai organizzato l’evento, ma qualcuno che è soltanto passato da lì per fare bella figura. I personaggi di questo tipo vanno e vengono nel teatro e mettendosi in mostra, fanno parte, in realtà, più che della scena,dello sfondo. Quel giorno chi c’era davvero non lo dimenticherà. Per essere in un luogo non bisogna pensare, bisogna fare. È attraverso l’azione che si diventa attori. Poco importa se gli spettatori vi guardano, quello che conta sono i fatti. Cerco quindi di partecipare al cambiamento,di esserci davvero sporcandomi le mani proprio nei luoghi più difficili. Mentre cerco di migliorare questa terra bellissima non penso a quello che vedo, perché i rifiuti fanno schifo ma vedo quello a cui penso: un mondo senza plastica dove l’uomo possa ricongiungersi con la natura.

Autore: Giovanni Boetti

Sono nato a Milano negli anni 60, li si forma la mia coscienza sociale ma i miei sogni,sarebbe meglio dire quelli di mia madre, a un certo punto prendono il sopravvento e decido di partire. Basta con le manifestazioni,basta con la città. Da sempre amo la natura, compresa quella umana che per me sono una cosa sola. Da uomo faccio parte della natura e da uomo la difendo. Da sempre sono attratto dall’acqua e dai suoi abitanti. Pesci,uccelli tartarughe e barche a vela. Fin da piccolo vado in barca a vela e leggo i libri d’avventura. Dopo qualche anno in Liguria parto alla volta dell’oceano,arrivato ad Antigua incontro l’amore e decido di diventare padre. Ma mentre l’oceano è per il marinaio come per il leviatano,la sicurezza e la libertà,la costa rappresenta un possibile pericolo. Dopo un’altro tormentato periodo nel quale,tra l’altro, creo una società di allestimento barche ad Antibes, la Coast to Coast,lavoro al progetto più importante : la famiglia. Dopo diciassette anni vissuti in Francia mi trasferisco in Sardegna. Finalmente il mare si calma e la vita continua. Con la mia nuova compagna, Teresa e due splendidi figli, tiro facili bordi nelle acque ridossate della Sardegna del nord. In attesa di qualche avventura,questo blog e l’associazione Velapuliamo occupano la mia mente vulcanica,sempre alla ricerca di qualcosa da fare.

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