Leggendo le leggi ( parte prima)

Di: Luca Boetti

Respirando l’aria di mare ci si accorge subito di quanto esso sia vivo e dinamico. Ad ogni respiro il mare respira con noi, restituendoci quella concezione vitale che l’uomo ha da sempre nei confronti degli oceani: gli immensi specchi d’acqua che circondano le terre emerse sono fonti inesauribili di sostentamento, creatori dell’esistenza così come la conosciamo. Tutte le più grandi civiltà sono nate affacciandosi sul mare, regalando cibo, spazio e accoglienza a chiunque ne richiedesse. Anche ora che l’uomo è padrone della terra, il mare rimane un bene preziosissimo e imprescindibile, una risorsa da proteggere e sfruttare per ogni tipo di attività, dal commercio al turismo, dalla pesca all’edilizia.

Considerando il mare come una risorsa, l’uomo ha quindi sentito fin da subito l’esigenza di creare delle regole: un sistema per determinare a chi spettasse l’utilizzo del mare, dividendolo in porzioni più o meno grandi da distribuire ai diversi stati che si affacciavano su di esso. Nacque così la concezione di “Acque territoriali”. Il mare divenne risorsa statica ed estensione del territorio nazionale, soggetto alle leggi e alle limitazioni imposte dal diritto marittimo e internazionale. Gli oceani divennero spazi delimitati da confini, imponendo per la prima volta al mare un sistema legislativo.

Negli ultimi anni però si è sentita l’esigenza di considerare il mare da un altro punto di vista: la globalizzazione ha fatto sì che gli spostamenti marittimi s’intensificassero moltissimo, imponendo di cambiare radicalmente le regole in funzione dello sviluppo del commercio internazionale. Venne così ridata al mare la sua valenza dinamica: al fianco della statica concezione della territorialità delle acque, si considerò il mare come elemento in continuo movimento. Lo scarico di acque reflue, la deriva di oggetti e corpi galleggianti, il movimento perenne della fauna marina non soggiacciono ai limiti imposti dagli stati nazionali, poiché il mare trasporta tutto ciò che si trova al suo interno. Ad oggi quindi, la disciplina del diritto marittimo si articola su due principi fondamentali: determinatezza dei confini e movimento continuo dei flussi delle acque.

E’ fondamentale tenere ben presente questi due aspetti se si vuole capire qual è la ratio (ragione) che sta dietro alle caratteristiche della legislazione in materia di ecologia e mare. Quando un rifiuto viene scaricato in acqua, vuoi perché scarto di lavorazione, vuoi perché la sua esistenza è necessaria per lo svolgimento di una certa attività, come gli avanzi di un ristorante o le nasse e le reti per la pesca, esso “appartiene” alla competenza di un certo territorio, in quanto immesso nelle sue acque. Ma quel rifiuto sarà destinato a viaggiare trasportato dalle correnti, attraversando e varcando i confini di molte altre acque territoriali. Quello dell’inquinamento marittimo è quindi un problema che riguarda in prima battuta i singoli stati, e in seguito l’intero pianeta. La legislazione comunitaria in materia di tutela delle acque si basa su questo: interventi mirati localmente e che limitino la produzione di rifiuti, in modo da evitare la proliferazione e lo spostamento incontrollato di masse enormi di pattume.

E’ però impossibile avere un quadro preciso di quanti rifiuti produca singolarmente ogni azienda operante sul suolo europeo. Un controllo così capillare da permettere un accertamento azienda per azienda, casa per casa, pescatore per pescatore, richiederebbe quantità di tempo e denaro insostenibili. E’ stato quindi elaborato il cosiddetto principio del “Chi inquina paga”: si utilizza una presunzione di produzione di rifiuti per categoria, e su questa base si calcolano i costi che ogni azienda deve sostenere per il loro smaltimento. Un’importante applicazione di questo principio è la cosiddetta “Responsabilità del produttore”, che impone dei pagamenti maggiori a quelle aziende che immettono in circolazione prodotti destinati a durare poco e senza possibilità di riciclaggio. In sostanza, l’obbiettivo che il legislatore italiano e europeo si prefigge non è quello di raccogliere e smaltire i rifiuti a fine ciclo di produzione (operazione costosissima e gravosa), ma di promuovere uno sviluppo più consapevole e diminuire la produzione di rifiuti inutilizzabili. Con incentivi offerti agli imprenditori virtuosi, si cerca di premiare chi produca utilizzando materiali riciclabili ed ecocompatibili, abbattendo la produzione di scarti di lavorazione inquinanti e inutilizzabili.

Il sistema elaborato per far fronte all’eccessiva emissione di rifiuti e scarti di lavorazione in mare presenta lacune evidenti dal punto di vista concettuale: presumere quanto un singolo produttore debba pagare, senza poi effettivamente avere la possibilità di un accertamento concreto, risulta arbitrario e dà spesso vita a discrepanze in termini di pagamento in rapporto all’effettiva responsabilità. Tuttavia sarebbe ad oggi impensabile un sistema basato su un diverso tipo di controlli, dato che un’indagine capillare o un insieme di autocertificazioni sarebbero procedure eccessivamente dispendiose in termini di tempo e denaro. Inoltre, difficilmente fornirebbero dei dati più precisi o quantomeno esatti, data la complessità della disciplina, la mutevolezza delle produzioni e delle lavorazioni o le tentazioni di “ingannare” i controllori.

L’Italia e l’Europa sono quindi vittime di una malattia cronica, per la cui guarigione c’è bisogno di un lunghissimo percorso di adeguamento a standard più ecocompatibili e di una maturazione in termini di consapevolezza. Più che investire nello smaltimento, le istituzioni cercano di educare i produttori e i consumatori a un uso più consapevole del rifiuto, incentivando chi cerca di trasformare una lattina che galleggia nell’oceano in un oggetto riutilizzabile. Ancor prima che venga immesso nel mare e che inizi a circolare spinto dalle correnti, un oggetto di plastica deve essere trattato o creato in modo che non possa causare danni all’ambiente: plastiche biodegradabili, riutilizzabili o semplicemente sostituite o eliminate dalla filiera produttiva sono quello che servono per consentire uno sviluppo più sostenibile, in modo da salvare il mare prima che sia troppo tardi.

Autore: Giovanni Boetti

Sono nato a Milano negli anni 60, li si forma la mia coscienza sociale ma i miei sogni,sarebbe meglio dire quelli di mia madre, a un certo punto prendono il sopravvento e decido di partire. Basta con le manifestazioni,basta con la città. Da sempre amo la natura, compresa quella umana che per me sono una cosa sola. Da uomo faccio parte della natura e da uomo la difendo. Da sempre sono attratto dall’acqua e dai suoi abitanti. Pesci,uccelli tartarughe e barche a vela. Fin da piccolo vado in barca a vela e leggo i libri d’avventura. Dopo qualche anno in Liguria parto alla volta dell’oceano,arrivato ad Antigua incontro l’amore e decido di diventare padre. Ma mentre l’oceano è per il marinaio come per il leviatano,la sicurezza e la libertà,la costa rappresenta un possibile pericolo. Dopo un’altro tormentato periodo nel quale,tra l’altro, creo una società di allestimento barche ad Antibes, la Coast to Coast,lavoro al progetto più importante : la famiglia. Dopo diciassette anni vissuti in Francia mi trasferisco in Sardegna. Finalmente il mare si calma e la vita continua. Con la mia nuova compagna, Teresa e due splendidi figli, tiro facili bordi nelle acque ridossate della Sardegna del nord. In attesa di qualche avventura,questo blog e l’associazione Velapuliamo occupano la mia mente vulcanica,sempre alla ricerca di qualcosa da fare.

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